Apr 252015
 
Federico, Nadia, Antonio e Marco al Campo Base

Federico, Nadia, Antonio e Marco al Campo Base

Chi fa speleologia in Apuane non può non aver sentito parlare della mitica giunzione Antro del Corchia- Abisso Fighiera che, negli anni ’80, fece diventare il monte Corchia  la sede del complesso carsico più grande d’Italia. Come in una caccia al tesoro, la giunzione fu il coronamento di una lunga ricerca che iniziò nella seconda metà degli anni ’70 e vide al lavoro tanti speleologi di tanti gruppi diversi. Furono i Piemontesi a fare la giunzione. Ma i Fiorentini fecero un’impresa davvero eccezionale: quasi 700 metri di risalite, passate alla storia grazie alle minuziose cronache dei protagonisti.

Anche i Lucchesi cercarono di risalire dal basso verso il Fighiera e, pur non riuscendo nella congiunzione, ebbero il loro premio. Ma questa è un’altra storia che qualcuno un giorno racconterà…

Le cronache dei Fiorentini sono delle letture appassionanti per chi pratica la speleologia. Molti le hanno lette, e, nel leggere, hanno fantasticato sui luoghi descritti e sui nomi… la forra di Tuchulcha, la galleria dell’Iris, la Fangaia, la galleria Roversi, il Ramo dell’Odissea, la Valle dell’Eden… posti ormai storici, ma poco frequentati vista la notevole distanza dall’ingresso.

Anche noi, che frequentiamo abitualmente il Corchia, siamo stati affascinati da quei racconti. Grande il desiderio di visitare quelle regioni remote: da tempo ne parlavamo, tenendo nel cassetto il progetto di farci un giro. L’occasione giusta si presenta il  week end del 25 e 26 Aprile.

Alle 12 di sabato mattina, in quattro,  siamo all’ingresso del Serpente. Il programma è di fare un’uscita tranquilla: raggiungere il campo base dei Fiorentini, dormire e poi, domenica mattina, tornare indietro. Nessuno di noi è mai stato ai rami dei Fiorentini, al massimo qualcuno è arrivato poco oltre la Saletta del Pipistrello. Abbiamo con noi il rilievo, ma forse non ne abbiamo bisogno, le letture delle cronache sono impresse nelle nostre memorie. Entriamo.

La Fangaia, porta dei Rami dei Fiorentini

Il Pozzo della Fangaia, porta dei Rami dei Fiorentini

Dall’ingresso del Serpente, superata una stretta buca da lettere di 5 metri in discesa, si arriva, seguendo la frattura, alla sommità del pozzo Empoli, di circa 30 metri. Sceso il quale, si segue la galleria turistica si arriva al bivio per il Ramo del Fiume, dove si abbandona la passerella d’acciaio. Si prosegue nei massi, un saltino sempre armato e, dopo un po’, si arriva in una grande sala dal fondo sabbioso che immette sul fiume Vianello. Si segue il corso del fiume in risalita, stando in alto sulla sinistra. Dopo poco, un traverso con corda fissa dà accesso alla base del pozzo della Fangaia, dove iniziano i Rami dei Fiorentini.

All’inizio è routine, la “buca da lettere”, l’Empoli e le passerelle del turistico li abbiamo percorsi decine di volte. Questa volta è diverso, però. Mentre i nostri passi rimbombano sui gradini d’acciaio, ci sovviene che negli anni ’70 le passerelle non c’erano ed era tutto “grotta”, senza sconti. Ce lo ricordano le corde fisse, ormai in disuso, agganciate alle pareti. La “grotta”, per noi, inizia quando scavalchiamo la passerella ed andiamo verso il fiume. Una zona di crollo, un saltino (armato) poi una breve galleria che immette nella sala che, quando c’è la piena, si trasforma in un vero e proprio lago. Risaliamo il fiume stando alti ed in breve siamo al traverso che ci porta alla base del pozzo della Fangaia: 50 metri da risalire in un ambiente enorme e maestoso, reso ancora più imponente dal fragore della cascata che scende a fianco. Una corda appoggiata sulla parete di fronte ci invita a varcare la porta dei Rami dei Fiorentini, il nostro viaggio inizia qui.

Saletta del Pipistrello

Saletta del Pipistrello

Risalita la Fangaia, percorso un tratto quasi orizzontale assicurati ad una corda, si arriva, dopo un saltino in discesa, nella bellissima Galleria dell’Iris, una condotta attiva che si percorre molto facilmente. Sulla sinistra si incontra uno spiazzo sabbioso, poi, in corrispondenza di una decisa curva a destra, una cascata. La curiosità è la presenza di grandi cengie di conglomerato molto sottili, che possono essere percorse senza particolari problemi. In fondo alla galleria, una corda che penzola nel vuoto ci introduce al Pozzo delle Pisoliti, un 30 nel vuoto. Risalito questo e passato un traverso, un saltino in discesa conduce ad un arrivo d’acqua. E’ la Forra di Tuchulcha.

Bellissima la galleria dell’Iris, quando ci passiamo non possiamo non notare i giochi d’acqua, le cascate, le nicchie sabbiose, una in particolare ospitava il “Fort Fighiera”; non c’è che un anonimo cumulo di sabbia ormai, ma a noi sembra di vederlo, il fortino che i Romani di passaggio in quei rami ancora in esplorazione fecero in omaggio ai Fiorentini nel lontano ’80. Bello il pozzo delle Pisoliti, dove si affaccia la Galleria Quadrata. La partenza del pozzo è a pendolo: dopo qualche metro ci si trova sospesi nel vuoto, sempre accompagnati dal fragore della cascata. Terminata la salita ci ritroviamo sul traverso: sono passate un paio d’ore da  quando siamo entrati ed ora viene il bello, entriamo nel vivo della forra. Ci ricompattiamo poco dopo aver arrampicato il tratto inziale.

La forra prima della Galleria Roversi

La forra prima della Galleria Roversi

La forra di Tuchulcha, si presenta, all’inizio, come un facile percorso tra le rocce che accolgono il torrente. Si deve cercare  di salire il più possibile fino ad un traverso che porta ad una grossa colata calcitica superata la quale si vede una corda: è il pozzo della Colata. Risalito questo c’è la parte più impegnativa della forra: la si percorre sfruttando i numerosi appoggi presenti sulle pareti e facendo un po’ di opposizione con le mani. Ad un certo punto la corda di sicura scompare e la forra si allarga. E’ il momento di abbandonarla ed arrampicarsi sulla sinistra fino a raggiungere un cunicolo che immette in una saletta ricca di concrezioni e di colonne. Siamo giunti alla Saletta del Pipistrello, un piccolo nodo da cui si dipartono diversi percorsi. In alto, dietro un masso, si nasconde l’angusto passaggio che ci dà la certezza di essere sulla buona strada.

Dopo aver superato il Pozzo della Colata, percorriamo la forra facendo attenzione agli appoggi e cercando di stressare il meno possibile la corda di sicura, che non è sempre in perfette condizioni. La progressione non è delle più semplici ma non presenta neanche difficoltà insormontabili. Mentre andiamo avanti pensiamo ai primi esploratori che percorrevano la forra senza corde di sicura per evitare il “pirataggio” dei Rami da  parte di gruppi rivali. Noi ci arrangiamo come possiamo, fino ad arrivare in un punto dove è davvero impossibile andare avanti. Dopo un po’ di incertezza individuiamo la via: occorre salire sulla sinistra verso la saletta del Pipistrello, un bellissimo ambiente molto concrezionato. Ci fermiamo e facciamo qualche foto, il posto è veramente stupendo. Per questa volta non andremo a riguardare i vari rametti che si dipartono dalla saletta, ci dirigiamo direttamente verso la prosecuzione, in alto. Qualcuno di noi, per passare, deve togliersi qualcosa di dosso. Passiamo i sacchi e finiamo in un altro ambiente, un’altra forra, più grande della prima. Visto che è passata l’ora di pranzo ci fermiamo a mangiare qualcosa su un comodo spiazzo sabbioso che, in una delle uscite precedenti, avevamo usato per dormire.

Dopo la Saletta del Pipistrello si apre la grande e bellissima Galleria Roversi. All’inizio si presenta come un ambiente di crollo e per qualche metro occorre procedere accovacciati. Subito dopo, pero’, si apre una bella forra, poi, dopo una secca curva a destra in corrispondenza di un incrocio tra due faglie, una grande galleria obliqua, percorribile facilmente. Si segue la galleria fino ad un apparente bivio, con enormi scritte sulle pareti. Bisogna prendere a destra, dove l’ennesimo tratto in forra conduce alla base di un saltino. Oltre c’è una saletta dalle pareti fangose ed una corda. E’ il pozzo del Tetto.

Nadia al Pozzo del Tetto

Nadia al Pozzo del Tetto

Presto ripartiamo, da qui la strada è nuova per tutti. Iniziamo a percorrere la galleria Roversi camminando sui massi, poi in opposizione tra le lame che si stagliano dalle pareti. Poi, la galleria diventa comoda, tanto che si potrebbe percorrere in motorino! Siamo tranquilli, tutto torna con le descrizioni che abbiamo letto. Ma la sorpresa è in agguato: ci troviamo in un punto che sembra un bivio con due rami. Una grande scritta arancione “Olonnese Volante” di fronte a noi. Sulla parete di destra un simbolo a cerchi concentrici che non riusciamo  a decifrare. La logica ci direbbe di andare a destra ma una scritta, sulla parete sinistra, indica: “Black and White – Fighiera”. Non ci torna e siamo perplessi. Per la prima volta da quando siamo entrati tiriamo fuori il rilievo per controllare ma non sono segnati bivi nel punto in cui siamo. Proviamo ad affacciarci a sinistra, dove c’è un pozzetto da risalire sotto un forte stillicidio. Saliamo per qualche metro. Ma sembra stringere, ci pare strano che la strada sia questa. Allora due di noi decidono di controllare il ramo a destra: c’è l’ennesima forra da percorrere in spaccata. C’è anche una corda di sicura, ma viste le condizioni meglio non usarla per la progressione. Oltre la forra un saltino, lo risaliamo. Troviamo una saletta ed una corda. Ci ricordiamo di un particolare delle descrizioni: “il pozzo del Tetto si apre in una saletta dalle pareti fangose”. Guardiamo le pareti: “Sono coperte di fango! Ci siamo, siamo al Pozzo del Tetto!”. Andiamo a chiamare gli altri che ci raggiungono coi sacchi e procediamo. Siamo di nuovo in marcia!

Il Pozzo del Tetto, di 17 m, parte con un pendolo alla base. Dopo qualche frazionamento si arriva alla cima dove occorre scavalcare una lama aiutandosi con una corda fissa di sicura. Poi, un saltino in discesa immette in un’altra saletta: quella del Pozzo dell’Omo, da 13 m. A questo punto, usando la corda che è in loco, si arrampica un meandro in salita. Dopo pochi metri c’è un grosso masso proprio in corrispondenza di un bivio. La prosecuzione normale è a sinistra. Continuando dritti, invece, si finisce nel Ramo del Sole.

 Rinfrancati dal fatto di aver ritrovato la via, superiamo velocemente il pozzo del Tetto, il saltino in discesa, il traverso seguente ed infine il Pozzo dell’Omo. Ci ritroviamo nel meandro di sopra, dietro un grosso masso. Siamo sicuri di essere al bivio per il Ramo del Sole: diamo un’occhiata al rilievo che ce lo conferma. Ormai siamo nel vivo del nostro percorso. La curiosità di vedere gli ambienti successivi è grande, ci rimettiamo in cammino.

Al bivio del Ramo del Sole occorre girare a sinistra. La via è indicata da una serie di lame concrezionate sul soffitto, per questo la galleria fossile che si percorre si chiama Galleria di Damocle. Al termine, in una saletta, inizia l’ennesimo pozzetto (pozzo del Meandro, di 10 m). Continuando a salire per saltini e pozzetti si finisce al Pozzo dei Tre Spit, che mette fine alle corde, almeno per un po’. Dopo il Pozzo dei Tre Spit ha inizio la Galleria in Salita, facilmente riconoscibile perché grande ed, appunto in salita.

La Galleria in Salita

La Galleria in Salita

Non abbiamo dubbi, ormai la via è certa. Al bivio del Ramo del Sole c’è un po’ d’acqua, poi il meandro è fossile fino al un primo pozzetto, ovviamente da risalire. Un’occhiata veloce agli armi, che non sono proprio in ottimo stato, un piccolo saggio e poi via, saliamo (sempre con prudenza, visto lo stato dei materiali). Ad  un certo punto un frazionamento un po’ esposto, poi si vede l’attacco del pozzo poi… finite le corde! Siamo alla Galleria in Salita, un bell’ambiente grande facilmente arrampicabile. Facciamo il punto della situazione, poi ci disponiamo nella galleria per tentare qualche foto. Continuamo. La galleria sale e sale. All’inizio avanziamo tra i massi, poi in un ambiente concrezionato, dove facciamo altre foto. Ormai dovremmo essere vicini… o no?

La galleria in salita finisce dietro un masso. Al di  là di questo, un pozzo: è il Pozzo della Traversata. Superato questo un altro breve meando conduce in una saletta sabbiosa parzialmente allagata a causa del forte stillicidio, la Sala delle Cattedrali. A sinistra, una corda invita all’ultima fatica: dopo una quindicina di metri di risalita, sulla sinistra, in quello che era una volta il letto di un fiume, il Campo Base.

 

La Galleria in Salita (seconda parte)

La Galleria in Salita (seconda parte)

La nostra è solo curiosità, non siamo ansiosi di arrivare, ci sono troppe cose da vedere. La sala del Pozzo della Traversata ad esempio, è molto bella, con la corda che ci invita a fare l’ennesimo pendolo per salire. Di sopra un terrazzino ci costringe a qualche manovra di equilibrio, ma passiamo velocemente ed arrivamo alla Sala delle Cattedrali. Individuiamo subito lo spiazzo sabbioso dove, le cronache ci dicono, c’erano delle strane formazioni di fango e sassi che davano l’idea, appunto, di tante cattedrali. Ora non ci sono più, furono distrutte al tempo delle esplorazioni da qualche speleologo poco rispettoso. Ne approfittiamo per prendere l’acqua, non sappiamo se al Campo Base avremo la possibilità di farlo. Risaliamo l’ennesima corda e finalmente scorgiamo il Campo Base che si trova in realtà in un canale dal fondo sabbioso, protetto da un lato dalla parete, dall’altro dal materiale di riporto (ormai conglomerato) dell’antico fiume.

Tenda improvvisata ma venuta bene

Tenda improvvisata al Campo Base

Siamo arrivati, ce la siamo presa comoda, infatti sono le 9 di sera ed abbiamo sulle spalle circa 9 ore di grotta. Mentre familiarizziamo con il Campo Base e guardiamo le scritte sulle pareti (pensavamo ce ne fossero molte di più, invece solo un paio di sigle GSF), ci organizziamo per la cena e per la notte. Decidiamo di usare la corda che abbiamo come infrastruttura per una tenda improvvisata, faremo le pareti con sacchetti di nylon. Il montaggio della tenda ci porta via un’ora buona, poi, finalmente, ci sediamo per la cena. Siamo tutti contenti, abbiamo visitato davvero dei bei posti. Ora non ci aspetta che il meritato riposo e domani sarà tutto in discesa, nel vero senso della parola.

 

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  3 Responses to “In Corchia, al campo base dei Fiorentini”

  1. Ciao Stefano, grazie per il commento che leggo solo ora! Sì, abbiamo cercato di descrivere il percorso con più dettaglio possibile sia perché i posti sono davvero belli, sia per incuriosire i lettori e far venir loro la voglia di visitare i Rami! Ciao!

  2. complimenti Marco il tuo racconto è talmente dettagliato che senza fatica mi ha riportato ai tempi dell’esplorazione e del rilievo, tutte le volte dopo tantissime ore di grotta, arrivato alla base della fangaia, mi sentivo già fuori…e invece 🙂 che poi i primi tempi mica c’erano le corde fisse… le mettevamo di volta in volta fino a che era diventato così scivoloso che diventarono fisse…

  3. Bel racconto dettagliato,Marco. E stata una bellissima esperienza ripercorrere un pezzo di storia del Corchia. Le emozioni arrivavano ad ogni passo tra la bellezza dei luoghi e i racconti dei Fiorentini che prendevano finalmente forma!

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